“A Trump Romance” su Archivio Storico

Definire quella di Donald Trump una vittoria del populismo significa operare una banalizzazione che non tiene in considerazione le numerose variabili e circostanze che hanno prodotto un risultato tanto inatteso. Barack Obama era stato accolto da tutto il mondo con un carico di aspettative e speranze che – oramai concordano tutti -, non è riuscito a onorare nel corso dei due mandati. In questo libro, Federico Cartelli prova a scrutare attraverso le nebbie del passato e del futuro per riuscire a capire quello che potrebbe succedere.
“Il libro di Federico Cartelli – scrive Francesco Maria Del Vigo nella Prefazione – è […] un manuale fondamentale per scrutare attraverso le nebbie del futuro e riuscire a capire quello che potrebbe succedere. Un’opera – libera dalle catene del pregiudizio e del politicamente corretto – che passa ai raggi x il fenomeno Trump, un fenomeno che – siamo sicuri – non si ferma in sé, ma contagerà molti aspetti della nostra vita”.
“Deriso dai Democratici, ostracizzato dagli stessi Repubblicani che tuttavia non sono stati in grado di compattarsi su un candidato alternativo, bollato come impresentabile, Trump ha fatto saltare il banco della politica mondiale, già scioccata dal risultato del referendum sulla Brexit. Establishment is shaken after Trump victory: il 10 novembre il sito del New York Times apriva con questo titolo a caratteri cubitali. L’affermazione elettorale di Trump è il simbolo della vittoria delle masse sulle élite? Siamo davanti a un altro episodio del tanto temuto populismo? La questione è molto più complessa di quanto possa apparire a una prima analisi superficiale. Il risentimento è diventato plateale nei paesi anglosassoni, dove i sistemi di voto permettono una competizione elettorale più aperta: chissà per quanto tempo ancora il maggioritario a doppio turno francese riuscirà a contenere il Front National. Gli argini, nel frattempo, si sono già rotti. Tuttavia, ergere la Trump Tower a simbolo del populismo appare alquanto azzardato, così come il tycoon non è certo la guida di una nuova rivoluzione operaia. Ma allora, cosa unisce il trumpismo, la Brexit e l’avanzata di Marine Le Pen? Qual è il filo rosso che da Washington passa per Londra, Parigi e già punta ad altre capitali europee? Non è tanto – come vedremo – un generico populismo, ma la combinazione di due fattori: una palese crisi delle democrazie liberali e una vera e propria insofferenza dell’uomo comune nei confronti del potere, che sembra non essere più in grado di fornire risposte convincenti ed efficaci ai cambiamenti portati dalla globalizzazione. In un mondo in cui è la comunicazione emozionale a dettare l’agenda alla politica e non viceversa, può capitare che anche una personalità come Donald Trump – che ha nominato segretario al Tesoro Steven Mnuchin, carrierista in Goldman Sachs che si è occupato anche della gestione di un hedge fund legato a George Soros, alla faccia della lotta a Wall Street – venga percepito come anti-establishment e avversario dei poteri forti”.

Barbara Baroni recensisce "Imagine" su Il Tirreno

24 marzo 2017

Sul Giornale d'Italia arriva "Imagine"

24 marzo 2017