Intervista a Federico Cartelli su “Il conservatore”

Come si può inquadrare la figura di Donald Trump e il suo inaspettato trionfo? A questo e molto altro cerca di rispondere Federico Cartelli nel suo nuovo libro A Trump Romance – Cronaca di un’elezione mai annunciata. Un libro con la prefazione di Francesco Maria Del Vigo, dell’ufficio di direzione de Il Giornale, disponibile su Amazon (goo.gl/T5kqYG).

Alla redazione del Conservatore, nella giornata dell’insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, l’autore ha deciso di rispondere alle nostre domande e cercare di approfondirne le principali tematiche.

Nonostante le numerose critiche, l’essere considerato da gran parte dell’opinione pubblica un candidato impresentabile, preso in giro dai Democratici e messo al bando dai Repubblicani; qual è stato il motivo principale del successo del nuovo Presidente?

È davvero molto difficile individuare con esattezza il motivo principale che ha portato all’inattesa elezione di Donald Trump. Si tratta, più che altro, del risultato di un insieme di cause di tipo politico, economico e sociale che si sono aggregate al momento opportuno. Volendo provare a individuare, in questo insieme molto ampio, la causa principale e, aggiungo, forse decisiva per la vittoria finale di Trump, farei forse riferimento all’approssimazione e all’eccessiva sicurezza con cui i Democratici hanno affrontato e condotto l’intera campagna presidenziale. Da ciò sono derivati una serie di errori macroscopici che Trump ha saputo sfruttare con abilità. Paradossalmente, credo che un ruolo piuttosto decisivo sia da attribuire anche ai tanti media liberali che hanno passato mesi a tentare di demolire la figura di Trump, ottenendo di fatto un effetto contrario a quello desiderato: una dinamica che in Italia abbiamo conosciuto molto bene con la guerra ventennale tra berlusconiani e anti-berlusconiani.

Come considera l’affermazione dei principale media che ha definito il trionfo di Trump come la vittoria dei populisti?

La definirei una lettura banale e molto superficiale; una delle tante, a dire il vero, che abbiamo potuto leggere all’indomani della vittoria di Trump. Ormai tutto sembra essere populismo: verrebbe da chiedersi cosa non lo sia, e quale siano i criteri scientifici per classificare tale fenomeno. Personalmente considero ugualmente populisti gli analisti che, commentando i risultati delle elezioni, hanno scritto di “vittoria dell’America bianca e armata”. Cosa significa questa espressione? Quale contributo intellettuale concreto porta una tale affermazione alla realtà oggettiva dei fatti? I fatti dicono che Obama vinse con i voti di molti americani “bianchi e armati” per ben due volte, però nessuno allora si era permesso di bollare tale elettorato come populista. È evidente che c’è molta, troppa partigianeria nella carta stampata, e poca voglia di razionalità. Forse la razionalità non aiuta a vendere copie.

La vittoria di Trump e il crescente fenomeno dell’intolleranza possono essere considerate come una reale minaccia?

Inutile nasconderlo: Trump ha flirtato con gli istinti peggiori di alcuni fasce elettorali. Non si è risparmiato alcune espressioni piuttosto offensive, alle quali – è bene ricordarlo – Hillary Clinton ha risposto con altrettanta veemenza verbale. È stata senza dubbio una campagna elettorale di bassa qualità. Credo, tuttavia, che vi sia un eccessivo timore e una esasperazione emozionale intorno alla figura di Trump. È opportuno ricordare che l’ordinamento costituzionale americano ha in sé tutti gli anticorpi necessari per tenere a bada anche un presidente sopra le righe come lui. Nel 2019 sarà già tempo di fare il tagliando alla nuova amministrazione con le elezioni di mid-term: non è il caso di preoccuparsi troppo né di fare, da qui a due anni, un noioso e allarmistico controcanto a tutto ciò che Trump affermerà e farà. E in ogni caso, il partito Repubblicano non pare intenzionato ad assecondare il “suo” presidente in tutto e per tutto.

Alla luce del risultato di queste elezioni, quanto peso hanno avuto le promesse non mantenute da Obama?

Obama è il vero sconfitto di queste elezioni. Hillary Clinton è stata solo una controfigura, che ha tentato di portare avanti il medesimo programma del predecessore, pur essendo priva del suo carisma e della sua capacità di narrare una visione alternativa dell’America. Non è un caso che il consenso di Hillary sia stato inferiore alle attese proprio in quelle fasce dell’elettorato sulle quali Obama aveva costruito due successi, ovvero le minoranze (neri e ispanici) e le donne. Non si può dimenticare, poi, che è venuta a mancare la colonna portante del consenso di Obama, ovvero la cosiddetta rust belt, dove il voto degli operai si è rivelato decisivo. In queste contee, che i Democratici consideravano proprie roccaforti, Trump ha fatto una campagna spietata, che l’ha premiato. I media, nazionali e internazionali, hanno dipinto per anni un’America in piena ripresa che riponeva grande fiducia nel suo Presidente: le elezioni ci hanno mostrato un’altra realtà.

Si è detto che il “Fenomeno Trump” non sia da circoscrivere all’America, ma che colpisca anche le democrazie sud americane ed europee. Cosa succederà ora in Europa, visto che da sempre vede l’America come un “faro”?

Credo sia necessaria molta cautela nel legare con il medesimo filo rosso tutte quelle esperienze che, come dicevamo prima, vengono banalmente considerate “populiste”. Alcuni commentatori si sono lanciati in improvvidi paragoni tra Grillo e Trump. Nulla di più di diverso. Più semplicemente assistiamo a una crisi delle democrazie liberali – soprattutto in Europa – che sembrano non riuscire a tenere il passo di questo mondo sempre più interconnesso. A ciò si aggiungono tre fenomeni che hanno profondamente cambiato la percezione delle persone nei confronti della loro sicurezza e del loro benessere: il terrorismo, i flussi migratori, la globalizzazione. L’Unione Europea vive una lunga crisi che per tanto tempo è stata ignorata, sommersa dalla retorica euro-entusiastica. Trump, molto probabilmente, cercherà di sfruttare la debolezza europea e proverà a ridisegnare a proprio favore il sistema delle relazioni internazionali: non è un caso che la NATO, considerata vetusta dal nuovo presidente, sia stato uno dei primi bersagli del tycoon già in campagna elettorale. L’Europa, stretta tra Trump e Putin, rischia di essere solo una spettatrice, e all’orizzonte non si vedono statisti in grado di invertire questo trend.

Intervista a Federico Cartelli, autore di “A Trump Romance – Cronaca di un’elezione mai annunciata”, pubblicata sul quotidiano online Il Conservatore.

La Vela e la costituzione

6 febbraio 2017

Saulle Panizza su Il Tirreno

6 febbraio 2017