Su ItaliaOggi Diego Gabutti parla di “Imagine”

In Imagine John Lennon propone il suo sogno (tutti eguali, tutti felici, tutti fumati e contenti). Era, in realtà, un incubo

Manifesto utopista, l’hit di John Lennon Imagine, una delle canzonette più fortunate della storia del pop, presenta gli stessi bug intellettuali di tutti i manifesti utopisti, come spiega David Nieri in Imagine. Utopia o nichilismo? A una faccia pari, buonista e caramellosa, si contrappone una faccia dispari, inquietante e persino un po’ gotica. È un lato oscuro che Imagine condivide con altri hit dell’epoca, non meno ambigui e utopistici, nessuno dei quali è però mai diventato, al pari di Imagine, un inno della sinistra liberal planetaria, oggi persino più gettonato di We Shall Overcome o di Bandiera rossa.

Lennon scrisse e cantò Imagine nel 1971. Era reduce da una brutta stagione da eroinomane, i Beatles si erano separati per sempre, Yoko Ono l’aveva trasformato da strimpellatore in attivista, l’«estate dell’amore» (peggio che finita) non c’era mai stata, lui stava lasciando Londra per New York, presto avrebbe avuto il fiato dell’Fbi sul collo e da un pezzo, infine, aveva smesso di credere nelle sciocchezze metafisiche dei guru indiani miliardari (che avevano imbambolato definitivamente solo uno dei Fab Four, George Harrison, il più schivo e boccalone dei quattro).

Benché sembrasse coltivare la solita speranza in un mondo migliore, perepè perepè, come usava all’epoca la retorica rock’n’roll, Imagine era una canzone desolata, per non dire disperata. A differenza di come T.S. Elliot immaginava che finisse il mondo, «non con uno schianto ma con un lamento», gli anni sessanta (per non farsi mancare nulla) erano finiti sia con uno schianto che con un lamento: lo schianto era la strage rituale che gli hippies satanisti di Charles Manson avevano messo in opera a Bel Air, nella villa di Roman Polanski, come pure le coltellate e il morto ammazzato al concerto di Altamont dei Rolling Stones, mentre il lamento erano le canzonette sciroppose, Imagine in testa.

Avevano in sé qualcosa di catastrofico, come le formule magiche nelle storie dell’orrore. Dai versi di canzonette come Imagine (immagina un mondo senza denaro, senza inferno né paradiso, immaginalo senza confini nazionali, senza religioni per le quali ammazzarsi) soffiava un vento d’apocalisse. David Nieri paragona Imagine a 1984, al Mondo nuovo di Huxley, al Signore delle mosche di William Golding: Lennon vagheggia un mondo distopico e non utopico, un mondo senza memoria, schiacciato sul presente, condannato a godere senza freni. In Imagine Lennon si dà del «sognatore», ma il suo bel sogno (tutti eguali, tutti felici, tutti fumati e contenti) era in realtà un incubo, simile a quelli che erano già stati sognati da molti altri rivoluzionari. Ma per quanto fosse figlio della classe operaia, come cantava in Working Class Hero, una canzone del 1970, e per quanto interpretasse a pugno chiuso Power To The People, un altro dei suoi brani impegnati, Lennon non era un rivoluzionario. Era un dandy, e un artista.

Su quest’ultimo punto, la natura, la qualità e il peso della sua arte, non sono tutti d’accordo. Essere troppo amati, o troppo odiati: è quel che capita a tutti gli artisti, canzonettari compresi. Lennon era ammirato da donne bellissime e venerato da legioni di fan (compreso il fan che lo uccise): questo per il troppo amore. Per il troppo odio citerò Guillermo Cabrera Infante, dissidente cubano e romanziere: «Lennon era un babbeo che fingeva d’essere un amabile artista per il suo pubblico ma che in privato era uomo d’una rozzezza volgare, rampante. Non ha stupito che gli sparassero sei colpi e che uno soltanto fosse letale» (Il libro delle città, il Saggiatore 2001). Infante, che lo detestava, e le ragazze urlanti, che invece l’adoravano, avevano capito qualcosa della sua canzone-manifesto. Era la colonna sonora dei sixties morenti. Una porta che dava su un film de paura, una porta che sarebbe stato meglio non aprire, e che invece fu aperta, oltretutto di venerdì 13.

Diego Gabutti