Sul Giornale d’Italia arriva “Imagine”

Leggi chi erano (davvero) i Beatles

Un libro rende giustizia del ‘romanticismo’ che ancora aleggia sulla band e gli anni ‘60

Forse mi sbaglio. Ma questo libro di David Nieri – “Imagine, utopia o nichilismo?” (Edizioni  La Vela) è un lavoro che trabocca ispirazione. Scrivere o riscrivere la storia di un pugno di musicisti nati a Liverpool quasi ottant’anni fa (a scanso di equivoci si parla dei Beatles) equivale a prenderla così come viene, alternando i fischiettii da operaio dei cantieri navali all’impegno duro e affannato su carte, appunti e fors’anche spartiti.

Cos’è che si diceva dei Beatles quando erano lì lì per arrivare in Italia? Che di “teoria” non ne sapessero nulla e che se non fosse stato per le magie dell’amplificazione non sarebbero mai salpati dall’isola dei poveri ma belli. Timidamente qualcuno pensava che in quei versi a ritmo di rock ci fosse così tanta ispirazione da convertire l’intero pianeta alla religione dell’arte (non si trattava solo di musica). Ma la timidezza, come insegnano i grandi narratori, è virtù onoratissima da ultime pagine. E a metà dei sessanta di ultime pagine non si parlava ancora.

Col senno di poi non si sottovaluti il peso del prima e del dopo. 6 luglio 1957: l’acutissimo John allevato da zia Mimi e l’estroverso Paul s’incontrano. E mescolano i loro personali dolori. L’anima dei Beatles pare (pare) sia tutta qui. Con l’incognita Ringo Starr e con George Harrison, straordinario musicista con future velleità da sperimentatore, nasce la più grande formazione artistica dell’era pop. Nel “dietro le quinte” dei sacerdoti di un nuovo stile di vita dimorano Brian Epstein creatore d’immagine e George Martin mago della sala d’incisione. Il talento senza una buona amministrazione è ben poca cosa.

Ma i Beatles durano lo spazio d’un mattino, giusto il tempo di cambiare la percezione del fatto artistico, come e più di Andy Warhol. Nieri fissa la propria attenzione su “Imagine” per narrare speranze e illusioni di un intero movimento. E la sua conclusione è perentoria e spiazzante. L’utopia del comunismo forzatamente globalizzato equivale a una spinta deresponsabilizzante e nociva che richiama (accidentalmente) le narrazioni di Aldous Huxley, George Orwell e William Golding. Quando nella nostra parte di mondo esce una delle canzoni più note di sempre, i Fab Four non esistono più. Ed è pur vero che negli anni che precedono l’inno dei pacifisti cuore-amore, il mondo di lingua  inglese ha dato il meglio di sé: sopra ogni cosa il levarsi dell’era dei giovani, il transito del pivello da non-adulto ad adulto in miniatura. Gli eccessi dell’individuo sornione sono all’ordine del giorno. Le barriere culturali e sociali si sgretolano, il mercato corteggia uomini, donne e sbarbatelli. Letteratura, musica e cinema, quante novità per chi il successo non lo disprezza ma lo sogna?

Già, quel mercato che i cultori dell’alternativo, i profeti di un individualismo distruttivo avrebbero voluto cancellare; per lasciar spazio a un qualcosa che ancora oggi non ha nome.

Marco Iacona

"A Trump Romance" su Archivio Storico

24 marzo 2017